Curiosità

I ragazzi non hanno più voglia di studiare? Forse stiamo facendo la domanda sbagliata

Gli studenti stanno davvero perdendo interesse per la scuola? I dati raccolti negli ultimi anni sembrano indicare un calo importante del coinvolgimento scolastico. Ma attribuire…

Accademia Musicale Brillar • 12 ottobre 2026
I ragazzi non hanno più voglia di studiare? Forse stiamo facendo la domanda sbagliata

Gli studenti stanno davvero perdendo interesse per la scuola? I dati raccolti negli ultimi anni sembrano indicare un calo importante del coinvolgimento scolastico. Ma attribuire tutto agli smartphone, ai social network o alla mancanza di volontà dei ragazzi rischia di essere una spiegazione troppo semplice.

Un approfondimento pubblicato il 12 ottobre 2026 dal Guardian affronta proprio questo tema: il problema potrebbe non essere soltanto quanto tempo i ragazzi trascorrono davanti a uno schermo, ma anche quanto riescono ancora a trovare significato, autonomia e curiosità all’interno dell’esperienza scolastica.

Il calo dell’interesse verso la scuola

Secondo i dati riportati nell’approfondimento, la percentuale di studenti che dichiarano di trovare interessanti le lezioni avrebbe subito un forte calo rispetto agli anni immediatamente precedenti.

Il fenomeno non riguarda semplicemente il rendimento scolastico. Uno studente può infatti ottenere buoni risultati e, allo stesso tempo, vivere lo studio come qualcosa da completare esclusivamente per ottenere un voto.

La questione diventa quindi più profonda:

quanto spazio rimane nella scuola per la curiosità?

Gli smartphone sono davvero il problema principale?

Quando si parla di attenzione e motivazione nei ragazzi, smartphone e social network finiscono quasi sempre sul banco degli imputati.

È indubbio che notifiche, video brevi, giochi e contenuti continuamente disponibili rappresentino una forma di stimolazione molto potente.

Ma secondo la giornalista e autrice Jenny Anderson, intervistata nell’approfondimento del Guardian, considerarli la causa principale rischia di farci perdere una parte importante del problema.

Uno smartphone può certamente rendere ancora più difficile concentrarsi su un’attività percepita come poco interessante.

Ma la domanda dovrebbe essere anche un’altra:

perché quell’attività viene percepita come poco interessante?

Studiare per il voto o studiare per capire?

Molti ragazzi imparano molto presto a interpretare la scuola attraverso una sequenza abbastanza semplice:

  • studiare;
  • fare una verifica;
  • ricevere un voto;
  • passare all’argomento successivo.

Quando questo meccanismo diventa dominante, il rischio è che l’apprendimento perda progressivamente il suo significato.

La domanda dello studente non diventa più:

“Come funziona questa cosa?”

ma:

“Questo lo chiede alla verifica?”

Ed è una differenza enorme.

Il ruolo dell’autonomia

Uno dei concetti più interessanti che emerge dal dibattito riguarda l’autonomia dello studente.

Sentirsi coinvolti nel proprio percorso di apprendimento significa avere, almeno in parte, la possibilità di fare scelte, esplorare interessi, formulare domande e trovare collegamenti con il mondo reale.

Questo non significa eliminare programmi, regole o obiettivi didattici.

Significa però evitare che lo studente diventi semplicemente un esecutore passivo di compiti.

La curiosità non si può assegnare come compito

Uno dei problemi della motivazione scolastica è che non può essere imposta dall’esterno.

Possiamo chiedere a uno studente di leggere dieci pagine.

Possiamo chiedergli di completare venti esercizi.

Possiamo anche verificare che abbia memorizzato determinate informazioni.

Ma non possiamo ordinargli di essere curioso.

La curiosità nasce più facilmente quando lo studente percepisce una relazione tra ciò che sta imparando e qualcosa che considera significativo.

Ed è qui che musica, arte e creatività possono avere un ruolo importante

Nell’approfondimento viene sottolineata anche l’importanza di recuperare il valore delle discipline artistiche e umanistiche all’interno dell’esperienza educativa.

Musica, teatro, arte e attività creative permettono infatti di sviluppare competenze che difficilmente possono essere misurate esclusivamente attraverso una verifica scritta.

Durante una lezione di musica uno studente deve:

  • ascoltare;
  • coordinare movimenti;
  • gestire l’errore;
  • mantenere l’attenzione;
  • collaborare con altre persone;
  • interpretare;
  • prendere decisioni;
  • esprimere qualcosa di personale.

E soprattutto vede immediatamente il risultato del proprio lavoro.

Una nota sbagliata si sente.

Un ritmo che finalmente funziona si sente.

Un brano che dopo settimane comincia a prendere forma produce una gratificazione concreta.

Perché questo tema riguarda anche gli studenti con DSA?

La questione della motivazione diventa ancora più importante quando parliamo di studenti con Disturbi Specifici dell’Apprendimento.

Per alcuni ragazzi leggere, scrivere, organizzare informazioni o automatizzare determinate procedure può richiedere una quantità di energia significativamente maggiore.

Se lo studio viene percepito soltanto come una sequenza di difficoltà, correzioni e valutazioni, il rischio è che alla fatica legata all’apprendimento si aggiunga anche una progressiva perdita di fiducia.

Per questo personalizzare un percorso non significa semplicemente “rendere tutto più facile”.

Significa trovare modalità che permettano allo studente di accedere ai contenuti, comprendere, sviluppare strategie e diventare progressivamente più autonomo.

Non tutti impariamo nello stesso modo

Un altro errore frequente è pensare che esista un unico modo corretto di apprendere.

Alcune persone comprendono meglio leggendo.

Altre ascoltando.

Altre ancora hanno bisogno di vedere uno schema, manipolare qualcosa, fare esperienza diretta o spiegare il concetto a qualcun altro.

Una didattica realmente inclusiva dovrebbe quindi chiedersi non soltanto:

“Lo studente ha studiato?”

ma anche:

“Abbiamo trovato il modo più efficace per permettergli di imparare?”

Il problema non è eliminare la fatica

Imparare richiede inevitabilmente impegno.

Suonare uno strumento richiede esercizio.

Imparare una lingua richiede ripetizione.

Comprendere la matematica richiede tentativi ed errori.

L’obiettivo dell’educazione non dovrebbe quindi essere eliminare ogni difficoltà.

La differenza sta nel far percepire quella difficoltà come utile, affrontabile e collegata a un obiettivo comprensibile.

E se invece di chiedere “perché non studiano?” cambiassimo domanda?

Forse dovremmo iniziare a chiederci:

  • quanto spazio diamo agli interessi degli studenti?
  • quanto ciò che insegniamo viene collegato alla realtà?
  • quanto valorizziamo modi differenti di apprendere?
  • quanto permettiamo ai ragazzi di sperimentare?
  • quanto l’errore viene considerato una parte normale del percorso?
  • quanto insegniamo ad imparare, oltre che a ricordare?

Gli smartphone continueranno probabilmente a rappresentare una sfida importante per l’attenzione.

Ma togliere semplicemente il telefono dal banco non garantisce automaticamente che uno studente diventi interessato a ciò che sta accadendo davanti a lui.

La vera sfida dell’educazione

La scuola non deve competere con TikTok cercando di diventare più veloce, più rumorosa o più spettacolare.

Deve offrire qualcosa che un algoritmo difficilmente può sostituire:

relazioni, curiosità, esperienze, confronto, possibilità di sbagliare e scoperta delle proprie capacità.

E forse il vero obiettivo non dovrebbe essere semplicemente convincere i ragazzi a studiare di più.

Dovrebbe essere aiutarli a capire perché vale la pena imparare.


Fonte principale: The Guardian, 12 ottobre 2026 – approfondimento sul crescente disimpegno degli studenti e sulle possibili strategie per recuperare motivazione e curiosità.