DSA e matematica: quando sentirsi capiti dall’insegnante può fare la differenza
Per uno studente con DSA, affrontare la matematica non significa soltanto confrontarsi con numeri, formule e procedure. Spesso entrano in gioco anche fiducia nelle proprie…
Per uno studente con DSA, affrontare la matematica non significa soltanto confrontarsi con numeri, formule e procedure.
Spesso entrano in gioco anche fiducia nelle proprie capacità, ansia, esperienze scolastiche precedenti e rapporto con l’insegnante.
Ed è proprio su quest’ultimo aspetto che si concentra una ricerca pubblicata nel settembre 2026 sulla rivista scientifica Support for Learning.
Lo studio suggerisce qualcosa di importante: prima ancora dello strumento compensativo o della strategia perfetta, il modo in cui uno studente viene accompagnato può incidere profondamente sulla sua esperienza dell’apprendimento.
Lo studio: 35 lezioni individuali di matematica
La ricerca ha coinvolto 10 persone con dislessia o in fase di valutazione, osservate durante un percorso composto complessivamente da 35 lezioni individuali di matematica.
I ricercatori hanno analizzato soprattutto le esperienze raccontate dagli studenti e il modo in cui il rapporto con l’insegnante influenzava la percezione della materia.
Il campione è molto piccolo e quindi i risultati non possono essere generalizzati a tutti gli studenti con DSA, ma le testimonianze raccolte offrono comunque uno spunto interessante per riflettere sulla didattica.
Quando le esperienze negative lasciano il segno
Nei racconti dei partecipanti emergono esperienze scolastiche precedenti caratterizzate da incomprensione, pressione e scarsa fiducia nelle proprie capacità matematiche.
Interazioni negative con gli insegnanti venivano spesso associate dagli studenti a maggiore ansia nei confronti della matematica e alla convinzione di essere semplicemente “non portati”.
È un meccanismo che può diventare pericoloso: se uno studente accumula esperienze di fallimento, può iniziare a considerare la difficoltà non come qualcosa da affrontare con strategie differenti, ma come una caratteristica permanente di sé.
“Non sono capace” può diventare una convinzione
Quando un ragazzo ripete frasi come “io con la matematica non ci so fare”, non sta necessariamente descrivendo soltanto una difficoltà reale.
Potrebbe anche raccontare anni di esperienze, errori, confronti con gli altri e sensazioni di inadeguatezza.
Per questo la relazione educativa assume un ruolo importante.
Un insegnante non può eliminare automaticamente una difficoltà specifica, ma può evitare che quella difficoltà venga trasformata in un giudizio globale sulle capacità dello studente.
Comprendere prima di memorizzare
Durante il percorso analizzato nello studio, gli studenti hanno lavorato attraverso spiegazioni più personalizzate, incoraggiamento e strategie orientate alla comprensione.
Invece di concentrarsi esclusivamente sul raggiungimento della risposta corretta, l’attenzione veniva posta anche sul ragionamento utilizzato per arrivarci.
Nel corso delle lezioni alcuni partecipanti hanno riferito un miglioramento nella percezione delle proprie capacità matematiche.
Questo non significa che le difficoltà siano scomparse, ma che può cambiare il modo in cui lo studente affronta il problema.
Il diritto di sbagliare
Uno degli elementi più importanti di un ambiente educativo efficace è la possibilità di sbagliare senza sentirsi giudicati.
L’errore dovrebbe essere utilizzato per capire quale passaggio non ha funzionato, quale strategia può essere modificata e quale strada alternativa può essere provata.
Per uno studente che ha già vissuto numerosi insuccessi scolastici, questa differenza può essere particolarmente significativa.
Gli strumenti compensativi restano importanti
Parlare della relazione con l’insegnante non significa mettere da parte strumenti compensativi, PDP o strategie specifiche.
Mappe, formulari, calcolatrice, software, tempi aggiuntivi e metodologie personalizzate possono continuare a rappresentare strumenti fondamentali quando previsti e realmente utili allo studente.
La ricerca porta però a ricordare che nessuno strumento funziona nel vuoto.
Serve un ambiente nel quale il ragazzo possa utilizzarlo senza sentirsi meno capace dei propri compagni.
Prima dello strumento viene la persona
Ogni studente con DSA è diverso e non esiste una strategia valida per tutti.
Ma possiamo partire da una domanda molto semplice:
lo studente che abbiamo davanti sente di poter chiedere aiuto, sbagliare e provare una strada diversa senza sentirsi giudicato?
Perché insegnare non significa soltanto spiegare un procedimento.
Significa anche aiutare qualcuno a scoprire che una difficoltà non definisce necessariamente ciò che è capace di fare.
Fonte: ricerca pubblicata su Support for Learning, settembre 2026. Lo studio ha coinvolto un campione limitato di partecipanti e i risultati devono quindi essere interpretati con cautela.